Come avviene il processo di refrigerazione nelle celle frigorifere?

Il processo di raffreddamento all’interno delle celle frigo si basa sul raffreddamento di un fluido attraverso l’evaporazione di un liquido refrigerante. Il funzionamento è garantito dal circuito frigorifero, che include l’organo di laminazione, il condensatore, l’evaporatore e il compressore. Le temperature che devono essere raggiunge variano in base al tipo di prodotto che deve essere conservato, in ambito alimentare ma non solo: si pensi, per esempio, ai fiori. Le celle frigo non sono gli unici dispositivi che vengono adoperati per la refrigerazione industriale e commerciale: tra gli altri ci sono i banchi frigo delle gelaterie, dei bar e delle pasticcerie, oltre a quelli per i supermercati. Non vanno dimenticati, poi, i frigoriferi che vengono adoperati all’interno delle cucine industriali e che includono anche le celle di fermalievitazione e le celle di stagionatura.

Che cos’è la refrigerazione

Attraverso i motori delle celle frigorifere è possibile fare in modo che la temperatura dei fluidi si riduca; questa è la refrigerazione, a cui si ricorre per la conservazione temporanea di merci che altrimenti rischierebbero di deteriorarsi, giungendo a temperature che possono toccare i 60 gradi sotto zero. Come è facile immaginare, l’applicazione della refrigerazione nel settore dell’industria alimentare risulta particolarmente delicata e importante: è grazie ad essa che è possibile allungare il tempo di conservazione degli alimenti, mantenere inalterate le loro proprietà organolettiche e soprattutto contrastare la proliferazione batterica.

Le temperature

La definizione della temperatura da impostare varia a seconda del tempo di conservazione e dalla tipologia di prodotto. Nella maggior parte dei casi, comunque, si va da 1 grado sotto zero a 8 gradi. Deve essere chiaro, ad ogni modo, che le migliori celle frigorifere industriali non si limitano a raffreddare gli alimenti, ma tengono sotto controllo anche tutti gli altri aspetti che potrebbero avere delle conseguenze sulla loro conservazione: per esempio

l’umidità relativa
Continua a leggere

Le origini del presepe e della natività in Italia 

le-origini-del-presepe-e-della-natività-in-italia

Il presepe è probabilmente il vero simbolo concreto del Natale in Italia, più dell’albero addobbato. Un simbolo di tradizione e di cultura comune, che moltissime famiglie italiane preparano nelle loro case nei primi giorni di dicembre per poi deporvi la statuetta di Gesù bambino il 25 dicembre.

Il termine ‘presepe’ deriva dal latino presaepe, che vuol dire ‘mangiatoia’. Questa tradizione nasce innanzitutto dai Vangeli, che raccontano di come Gesù venne fatto nascere in un posto umile, all’interno di una mangiatoia di un bue perché Giuseppe e Maria non erano riusciti a trovare alcun alloggio per la notte. Un luogo estremamente semplice e umile, al freddo: qui è nato secondo la tradizione cristiana Gesù.

Oggi come oggi diamo per scontata la presenza del presepe, e ne conosciamo di tantissimi tipi: c’è quello tradizionale con le statuine, quello vivente, quello meccanico, e poi ovviamente ci sono anche presepi di alto pregio con statuette dipinte a mano. Realizzarlo è davvero semplice e basta un po’ di fantasia per avere tutto il necessario per realizzare il presepe in casa. Ma quale è la tradizione del presepe? Da dove viene questa rappresentazione sacra, quale è la sua storia?

Non tutti sanno che il presepe nasce in Italia, e che ha una storia (relativamente) recente. Andiamo alla scoperta delle origini della rappresentazione della Natività, per saper di più sul presepe e sulla sua secolare storia.

 Dove nasce il presepe

La raffigurazione della natività ha delle origini più antiche del nostro presepe come lo conosciamo oggi. Infatti i cristiani scolpivano e dipingevano la raffigurazione della nascita di Gesù nelle Catacombe e nel 1200 anche con le statue.

Tuttavia il presepe nasce nel 1223 grazie a San Francesco d’Assisi: è proprio lui, il Santo degli animali, a fondare il presepe. Si narra che l’idea venne al Santo quando partecipò al Natale a Betlemme e rimase così colpito che decide di poter rappresentare a sua volta la Natività, e per farlo chiese il permesso a Papa Onorio III.

A quel tempo però non c’era possibilità di fare rappresentazioni sacre in chiesa, così il Papa concesse a Francesco di poter tenere una messa all’aperto a Greccio, Umbria. Per l’occasione, accorsero anche numerosi contadini, frati, e si ricreò così un vero e proprio presepe. San Francesco inserì una mangiatoia in una grotta, accanto al bue ed all’asino, e così ricostruì la notte di Natale, con il primo presepe vivente. Probabilmente neppure il santo poteva immaginare allora che tipo di successo avrebbe avuto la rappresentazione del presepio che ancora oggi viene rievocato in tutte le città d’Italia.

Il primo presepe con tutti i personaggi però risale a qualche anno dopo: era il 1283, e Arnolfo di Cambio, scultore, decide di creare delle statuine che rappresentavano i re Magi e la scena della Natività. Questo primo presepe in statue è ancora esistente, si trova alla Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Da quel momento, l’idea del presepe con le statue cominciò a diffondersi un po’ in tutta Italia, anche se in alcune città, come Napoli, è particolarmente sentito come rito natalizio. Fra il 1600 ed il 1700 ci fu un’ondata di artisti napoletani che cominciarono a riprodurre il presepe come delle statuine, in particolare riproducendo i personaggi nella loro vita di tutti i giorni: i pastori con le pecore, gli artigiani al lavoro, le donne che cucinavano. Le statue erano molto preziose, ricchissime di dettagli della vita quotidiana ma anche della tradizione locale.

 Il presepe oggi

Oggi la tradizione del presepe è ancora molto viva e sentita nelle città italiane, dove è possibile assistere alle rappresentazioni del presepe dal vivo (il c.d. presepe vivente) oppure di installazioni anche molto grandi, con statuette meccaniche e con tantissimi dettagli e particolari. Non mancano anche versioni un po’ più spiritose del presepe, ad esempio quelle che vedono anche vip e personaggi politici fra le persone inserite all’interno della natività.

Le opere di Fabio Massimo Ulivieri

le-opere-di-fabio-massimo-ulivieri

Fabio Massimo Ulivieri è un noto pittore italiano contemporaneo, conosciuto per aver fondato il movimento Symbolicum, un movimento artistico che è un vero manifesto dell’arte contemporanea. In un contesto dove spesso l’arte contemporanea è denigrata o non considerata a piena sufficienza, Ulivieri si caratterizza come un artista poliedrico, particolarmente votato al racconto dei luoghi tipici della sua città, dove è nato e dove lavora tuttora.

Milanese, veneziano, uno dei più grandi artisti meneghini secondo i critici che parlano di lui, Fabio Massimo Ulivieri è un vero esponente della storia di Milano messa su tela. Può essere considerato un poeta della pittura meneghina, che racconta la sua città in una maniera eclettica, particolarmente intensa.

Esponente del movimento della pittura contemporanea e simbolica, Fabio Massimo Ulivieri attualmente vive ed opera a Milano dove è nato nel 1956.

Dopo aver studiato nel capoluogo lombardo, fin da ragazzo partecipa a mostre che espongono le sue opere e partecipa poi anche a rassegne sia di rango nazionale che internazionale.

Co fondatore del Gruppo Artistico Symbolicum che fu presentato assieme al suo manifesto nel 1998, Ulivieri oggi è considerato uno dei maggiori artisti contemporanei del panorama meneghino e della pittura simbolica e contemporanea ed ha partecipato a numerose mostre e rassegne in tutta Italia e anche all’estero.

 Milano raccontata su tela

Una delle caratteristiche dell’arte di Fabio Massimo Ulivieri consiste nell’essersi focalizzato soprattutto sul racconto della città, e non una città qualunque: la sua città, Milano, vista dagli occhi di una tela.

Nelle sue esposizioni, Fabio Massimo Ulivieri racconta il capoluogo lombardo nella memoria, partendo dal suo sky line, ridisegnando i luoghi classici della città meneghina come per esempio il suo simbolo per eccellenza, il Duomo.

La pittura è per Fabio Massimo Ulivieri uno strumento di meditazione personale, che ridisegna i luoghi più evocativi di Milano, di Venezia, le due città che più ha vissuto, in modo assolutamente unico e personale. Dal Castello Sforzesco al Duomo di Milano, Fabio Massimo Ulivieri ridipinge i luoghi più belli e simbolici di Milano, tanto che viene considerato uno dei maggiori esponenti dell’arte meneghina contemporanea, nella sua ricerca di rappresentazione della ‘Meneghinità di Milano’, come si è detto. Di che resurrezioni stiamo parlando? Delle opere di Fabio Massimo Ulivieri cominciate nel 1996, che sono un po’ la summa dell’arte di questo pittore meneghino che vuole rappresentare, come è stato detto di lui da esponenti artistici, la ‘conoscenza irrazionale’, la mancata distinzione fra oggetto e simbolo.

Avanguardia, come del resto è all’avanguardia Milano, modernità, irrazionalità, mistero: Fabio Massimo Ulivieri riesce a ricoprire di una patina onirica tutti i suoi lavori, facendo emergere da un’ombra bianca le più importanti cattedrali della sua città e le storiche abitazioni nobiliari veneziane.

L’originalità estetica di Fabio Massimo Ulivieri non è classica, non è ‘comune’, è assolutamente originale, ogni sua opera ha un valore proprio compiuto, tanto che può essere considerata un racconto. La memoria, la memoria della città è un tratto caratteristico dei lavori e delle opere di Fabio Massimo Ulivieri che si caratterizza con la sua originalità e compiutezza come una delle mani più interessanti del panorama artistico italiano.

Dipinge a spatola o a pennello, su supporti di diverso tipo, con tinte pastello che sembrano far uscire le sue opere d’arte direttamente da un sogno. Tanto che si è parlato, rispetto alle sue opere, di una vera resurrezione: un Duomo che risorge dalla nebbia, la Ca’ Granda di Venezia che risorge dal bianco della pittura. Memoria e immagine, figura e sogno, le opere d’arte di Fabio Massimo Ulivieri sono un mix di questi elementi che comporta un’unicità assolutamente inconfondibile nel suo tratto artistico.

Il Rinascimento fiorentino: periodo fondamentale della storia dell’arte

florence-1655830_640_800x339

Nella storia dell’arte, il Rinascimento è stato senza dubbio un periodo di grande importanza. Culla di questo lasso di tempo che va all’incirca dalla seconda metà del Quattordicesimo secolo fino al Sedicesimo d.C. è stata la città di Firenze.

Si parla di “Rinascimento” in quanto fase di rinascita e punto di rottura tra il mondo antico e quello moderno, dove per la prima volta si realizza una nuova percezione dell’individuo, visto adesso come soggetto capace di esprimersi e creare in modo indipendente rispetto alle opere classiche, prese sì come spunto, ma per rielaborazioni creative e originali. Uomo e natura sono adesso al centro, a differenza e in contrapposizione ad un periodo più repressivo come quello precedente del Medio Evo.

L’arte rinascimentale voleva rappresentare la realtà in modo esatto, in particolare con l’arte del disegno – capace di fare da anticamera in qualsiasi progetto -, di cui Leonardo da Vinci ne fu il massimo interprete nel periodo del Rinascimento cosiddetto “maturo”. In precedenza, dopo la prima fase iniziale più rudimentale, fu l’epoca di Lorenzo il Magnifico – autentico simbolo del Rinascimento – come documentato nella storia di Firenze, quella di maggiore importanza per l’espansione di grandi artisti, anche al di fuori del contesto della Toscana. Fu precursore dell’Umanesimo ispirato in precedenza a Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, con la riscoperta dei classici come punto di partenza per una rinascita artistica.

L’aggettivo “fiorentino” è dovuto proprio al luogo per eccellenza dal quale si sviluppò nel Quattrocento, per poi diffondersi in tutta Europa a macchia d’olio.

Gli artisti di Firenze provenivano in larga parte da una formazione nelle famose “botteghe” attraverso una lunga gavetta – necessaria per diventare “maestro” dell’arte -, ognuna caratterizzata da una particolare specializzazione. Numerose e famose le famiglie che istruivano gli apprendisti, tra le quali: Ghiberti, Pollaiolo, Della Robbia, Del Verrocchio e tante altre, dalle quali sono usciti artisti del calibro di Giotto, Brunelleschi, Botticelli, Masaccio, Michelangelo, Leonardo da Vinci e molti ancora.

Opere e artisti più importanti del Rinascimento

Tantissime le opere d’arte di rilievo del Rinascimento fiorentino, e tre in particolare le figure artistiche di riferimento nei rispettivi campi.

Nell’Architettura, fondamentale la creazione di

Continua a leggere

Cos’è il germogliatore e come si usa: consigli pratici

Semplice da utilizzare e dal volume generalmente poco ingombrante, il germogliatore è uno strumento estremamente utile in cucina, perché consente di far germogliare tantissime tipologie di semi che – una volta sviluppati – possono essere usati nella preparazione di tantissimi tipi di piatti, come zuppe fredde e calde, insalate, panini, risotti e tanto altro. L’importante è non cuocerli, perché in tal caso perderebbero moltissime delle loro proprietà.
Il germogliatore è caratterizzato – a seconda del modello che si sceglie – da uno o più ripiani forati in plastica, impilati uno sull’altro, destinati a ospitare i semi che germoglieranno. Ogni ripiano può essere utilizzato per una diversa tipologia di seme e questo consente di coltivare contemporaneamente germogli differenti, come soia, lenticchie, piselli, ma anche rucola, broccoli e barbabietole. I cestelli svolgono un ruolo molto importante per lo sviluppo corretto dei germogli: da un lato agevolano e garantiscono una corretta aerazione in tutto il contenitore, dall’altro permettono all’acqua in eccesso di defluire, evitando così ristagni di acqua ed eventuali muffe, che comprometterebbero la vita e lo sviluppo dei germogli.

Esistono varie tipologie di germogliatori. Come anticipato sopra, ci sono quelli monocestello – che consentono di coltivare una tipologia di seme per volta – e quelli con più cestelli sovrapposti. Ci sono quelli in plastica e quelli in terracotta, quelli manuali e quelli elettrici, che offrono ulteriori funzionalità.

Se iniziate a coltivare per la prima volta, può bastare anche un semplice germogliatore da 15-20 euro come quelli in vendita su questo sito: una soluzione ideale per chi comincia e coltiva germogli in modo amatoriale, per uso domestico saltuario. Qualora vogliate, invece, coltivare grandi quantità di semi a livello semi-professionale, è possibile acquistare un germogliatore elettrico, che garantisce – in modo automatico – il giusto livello di calore e umidità.

Come funziona il germogliatore?

Utilizzare il germogliatore è molto più semplice di quanto possa sembrare. Innanzi tutto, prima di ricorrere a questo attrezzo, occorre mettere i semi in ammollo per 12 ore circa (o secondo quanto riportato nella confezione del prodotto acquistato). Trascorso questo tempo, bisogna sgocciolarli e sistemarli all’interno dei cestelli del germogliatore. Da questo momento inizia il processo di germogliatura; per garantire il meglio ai semi occorre accertarsi che siano ben illuminati, ma senza esporli alla luce diretta del sole o a fonti di calore eccessivo, che tenderebbe a bruciarli ancora prima del loro sviluppo.
Per garantire la loro crescita sarà sufficiente nebulizzare dell’acqua con uno spruzzino una volta al giorno e – nei periodi più caldi come questo – due volte, una al mattino e una alla sera.

Nell’arco di qualche giorno (questo dipende sempre dal tipo di seme) inizieranno a trasformarsi in germogli: il seme si aprirà e lascerà uscire prima una piccola radice e poi le prime foglie della piantina. A questo punto è già possibile raccoglierli e consumarli nei piatti.

In linea generale, per i semi di soia occorrono mediamente tre giorni per avere dei germogli belli e pronti all’uso, per il trifoglio ne occorrono circa cinque e la tempistica varia da caso a caso, in base alla tipologia di pianta scelta.

Ma perché utilizzare i germogli in cucina?

I germogli sono sfiziosi, gustosi al palato e dal sapore estremamente delicato, ma soprattutto sono decisamente benefici per l’organismo. I germogli, infatti, racchiudono al loro interno il nucleo centrale della pianta contenente vitamine, sali minerali e tutte sostanze fondamentali per lo sviluppo del vegetale.

Consigli e accortezze utili per usare al meglio il germogliatore

L’uso di questo attrezzo – come anticipato sopra – è piuttosto semplice, tuttavia occorre seguire alcune attenzioni per evitare che i semi possano marcire. Qualora l’irrigazione con lo spruzzino risultasse eccessiva per le reali necessità dei semi, tenderà a formarsi uno strato d’acqua sul fondo dei vassoi. In tal caso, è raccomandato far defluire bene l’acqua dal contenitore inclinando leggermente i cestelli per agevolare la fuoriuscita del liquido. In alcuni casi è necessario provvedere a svuotare la base del germogliatore per accertarsi che tutta l’acqua in eccesso venga effettivamente eliminata.

Eliminare eventuali pericoli

In alcuni casi, si sono verificati degli episodi di salmonella ed e.coli, due batteri estremamente pericolosi, ritrovati in alcune confezioni di germogli venduti al supermercato. La causa della proliferazione di batteri di questo tipo è legata al caldo e all’umidità, ma anche alle condizioni igieniche: molto dipende, infatti, da come vengono coltivati, maneggiati, conservati e confezionati i germogli. Incredibilmente, è più facile trovare batteri nei sacchetti venduti dei supermercati che nelle coltivazioni casalinghe, che sono (o almeno dovrebbero essere) controllate frequentemente e da vicino.

Ma niente paura! Per impedire la proliferazione di nemici potenzialmente pericolosi, basta fare attenzione alle condizioni igieniche dell’ambiente in cui si sistema il gemogliatore. L’attrezzo deve essere pulito, prima di toccare i germogli occorre lavarsi bene le mani e bisogna garantire la giusta aerazione all’ambiente in cui si trova l’apparecchio.

Scrittura e crescita personale: alla scoperta dei migliori metodi creativi

carta-penna-scrittura_800x533

Scrivere una poesia, un racconto o persino un romanzo. Diciamoci la verità, quando si nomina la scrittura creativa quasi tutti sono tentati di pensarla in questi termini. È una bella immagine, figlia se vogliamo di tutte quelle scene romantiche in stile “attimo fuggente” e costellata di scuole di scrittura creativa, workshop e professionisti che si dedicano all’insegnamento di una delle arti più affascinanti che esistano.

Allo stesso tempo, è una visione limitante della questione. Perché scrittura non è solo pubblicare un libro e diventare autori affermati. È molto altro, e oggi lo scopriremo insieme. Ad esempio, avreste mai pensato che penna e taccuino possono aiutare ognuno di noi nell’affrontare le sfide di ogni giorno? Che il racconto di sé può diventare uno strumento in mano a tutti coloro che hanno bisogno di crescere e migliorare? Tutto vero. La chiamano scrittura espressiva, oppure scrittura evolutiva, e ora vedremo meglio di cosa si tratta.

La scrittura come terapia della persona      

Mettere su carta le proprie emozioni fa bene perché ci permette di tirare fuori quello che abbiamo dentro. Qualcosa di estremamente importante, che merita di essere ascoltato prima che – restando nascosto dentro di noi – finisca per farci soffrire più del dovuto. Per questo motivo si stanno diffondendo sempre più tecniche che coniugano scrittura creativa e arteterapia.

In alcuni casi si parla di scrittura terapeutica, sorta di medicina narrativa che permette a chi ne ha bisogno di esplicitare il proprio stato emozionale, osservarlo e capire quali sono i traumi passati o le difficoltà attuali che le impediscono di vivere serenamente. In questo modo, ossia dopo aver tirato fuori quello che per molto tempo era rimasto nascosto nell’inconscio, sarà possibile affrontare le proprie paure con maggiore facilità. Già, ma qual è l’assunto di base della scrittura come espressione e cura di sé? Semplice: le parole che utilizziamo ogni giorno non sono solo gli strumenti che ci servono per comunicare con gli altri e gestire gli aspetti pratici della nostra vita. Esse sono molto di più: sono il riflesso cosciente dei nostri pensieri più profondi, del modo in cui ci relazioniamo agli altri e di ciò che proviamo a livello emozionale ma, a causa di una serie di meccanismi di autocensura, non abbiamo il coraggio di ammettere a noi stessi. Proprio per questo motivo, esprimere il proprio vissuto emotivo tramite le parole è molto importante: di fatto la scrittura creativa diventa uno dei canali più potenti per entrare in contatto con il nostro vero io. Rende possibile creare un feedback mentale che può aiutare la gestione delle emozioni, così come l’apprendimento di nuove modalità di relazione con gli altri.

Scrivere a mano ci può aiutare: ecco spiegato perché

In particolar modo, tra i tipi di scrittura che aiutano il cervello e la mente umana, ce n’è uno estremamente semplice e potente: scrivere a mano. È stato infatti dimostrato che gli esercizi di calligrafia hanno una serie di benefici enormi. Migliorano le capacità dell’individuo di ricordare, ci permettono di dire addio ad ansia, stress o preoccupazione. Rilassano il corpo e, addirittura, migliorano la sua risposta immunitaria. In più, proprio perché aiutano a mantenere “elastico” il cervello, ci forniscono un aiuto enorme per pensare meglio. La scrittura manuale permette di tornare alle origini del gesto dello scrivere, senza essere ossessionati dal dover per forza pubblicare un racconto o un romanzo, come invece paiono suggerire molti percorsi formativi là fuori. Bastano un foglio, una penna e la voglia di esplorare le emozioni, ponendo la massima attenzione alla grazia del gesto. In questo modo, è possibile riscoprire la propria creatività, mettendola al servizio di ciò che c’è di più prezioso: il benessere della persona.

La parola, infatti, è sempre un simbolo: lo sapevano perfettamente già gli antichi, che non a caso hanno scritto “In principio era il Verbo”. Essa ci permette di aggirare le nostre barriere inconsce e accedere alla parte più nascosta della nostra coscienza. Ci mette nelle condizioni di esplorare noi stessi, di trasformare emozioni trattenute e paura in personaggi, o di liberarci per sempre da quanto ostacola la nostra crescita personale.

Scrivere un diario migliora il benessere personale

“Caro diario,”. Chi di voi non conosce questa formula? O meglio, chi non ha mai provato a scrivere un diario personale? Beh, chi pensa che si tratti di un gesto ingenuo, adatto solo agli adolescenti più introspettivi o inquieti, si sbaglia di grosso. Di recente, infatti, alcuni studi scientifici hanno dimostrato che il diario personale è uno strumento eccezionale per coltivare il benessere.

Mettere nero su bianco i propri pensieri a fine giornata ci aiuta a capire meglio noi stessi e il mondo che ci circonda: ci permette di scaricare la tensione in eccesso, di rilassare il corpo e di migliorare l’autostima. Tra le attività creativa, il diario autobiografico è una delle più potenti per guarire, una vera e propria terapia dello scrivere. Non è un caso se, negli ultimi anni, molti ospedali o altre istituzioni dedicate alla cura e alla riabilitazione della persona hanno inserito tra le loro attività specifici percorsi di scrittura terapeutica. Bastano 20 minuti di esercizio al giorno per migliorare la situazione psicologia di un paziente: si può decidere di raccontare la propria vita, di soffermarsi sugli eventi traumatici o difficili che abbiamo vissuto. Non manca la strada opposta: nel caso di pazienti affetti da depressione acuta o cronica, ci si concentra nel valorizzare le cose belle che accadono ogni giorno. Scrivere di sé, in conclusione, è un ottimo strumento per conoscersi e superare gli eventi traumatici che, bene o male, trovano spazio nella vita di ognuno di noi. Se diamo un senso a questi eventi, se utilizziamo scrittura e storytelling personale come mezzi per conoscere, capire e accettare, possiamo ridurre la nostra angoscia. La guarigione forse non sarà dietro l’angolo, ma è davvero più vicina. E non è poco.

NEUROFEEDBACK: FUNZIONA DAVVERO?

autismo-e-neurofeedback_

In cosa consiste il neurofeedback? Il neurofeedback si fonda sulla capacità del cervello di regolare le proprie funzioni e di migliorare con l’apprendimento. Create negli Stati Uniti circa 30 anni fa, le tecniche che sfruttano i risultati delle indagini neurologiche (neuro – feedback, appunto) condotte principalmente tramite elettroencefalogramma, permettono la definizione di percorsi ad hoc per ogni individuo.

Esaminare le onde cerebrali è possibile attraverso uno schermo che visualizza la propria attività elettroencefalografica. Ciò che viene monitorato e la terapia creata di conseguenza da medici e psicologi, consente all’individuo di apprendere come gestire ogni aspetto della quotidianità in modo ottimale per autogestirsi rendendo le proprie onde cerebrali più stabili.

A COSA SERVE IL NEUROFEEDBACK?

Molte ricerche sul neurofeedback hanno portato alla luce la sua efficacia nell’aiutare le persone affette da varie patologie, soprattutto l’ADHD, l’ansia , l’epilessia, la depressione; gli esercizi basati sul neurofeedback risultano estremamente efficaci anche per combattere i disturbi relativi al sonno e le cefalee, con un grande effetto benefico anche nel trattamento dell’autismo.

Abbiamo visto precedentemente a cosa serve il neurofeedback e per quali patologie è principalmente utilizzato. Ora analizziamo il fatto che oggigiorno vengono dati farmaci a pazienti senza rendersi conto degli effetti collaterali e delle dipendenze che ne conseguono. Ed è proprio qui che entra in gioco il neurofeedback che risulta essere un’alternativa valida alle terapie “tradizionali”, essendo anche privo di effetti collaterali ed in grado di aiutare molte persone affette da varie patologie.

COME FUNZIONA?

La gestione dei neurofeedback funziona in maniera molto semplice: un individuo è seduto davanti uno schermo ed osserva i propri segnali fisiologici; le risposte (feedback) ottenute in questa maniera gli permettono di controllare il modo di reagire del proprio cervello a determinati stimoli.

Spesso le terapie basate su neurofeedback vengono paragonate alla meditazione, in quanto l’individuo osserva attraverso lo schermo l’attività del proprio cervello e il continuo oscillare dei grafici aiuta a rilassarsi.  La terapia con neurofeedback non è invasiva, non utilizza farmaci ed è priva di effetti collaterali. È noto che porti benefici psicologici, comportamentali, di apprendimento, con grandi miglioramenti nella vita di tutti i giorni.

Per ulteriori approfondimenti, esiste anche il sito dell’International Neurofeedback Organization, raggiungibile qui: https://www.isnr.org/

Come determinare il valore di un Vaso Cinese

vaso cinese

Vasi Cinesi: Cenni Storici

I Vasi Cinesi sono gli elementi di maggior pregio quando si parla di pezzi d’arte e arredamento di una collezione di antiquariato cinese in particolare e orientale.

L’arte della ceramica in Cina è molto antica(17000-16000 prima dell’era volgare, appaiono le prime ceramiche)

Attorno al 4500-3000 avanti l’era comune (cultura neolitica di Yangshao) è considerata come la prima che ha fornito elementi in ceramica di qualità.

Durante le dinastie Shang e Zhou la ceramica ebbe un grande sviluppo sul piano tecnico e qualitativo: molti provengono da corredi funebri, rappresentazioni di costruzioni fattorie e umani degli Han, danzatrici, musicisti, umani e animali proposte dai Tang, spesso di grandi dimensioni.

Sotto la dinastia Ming si sviluppò la fabbricazione del classico e noto vaso Blu e Bianco, e poi sotto la dinastia Qing. Nel periodo Qing furono sviluppate le porcellane della famiglia Rosa e della famiglia Verde, molto note in Occidente.

I vasi Ming sono gli elementi più vistosi e particolari, per le delicate decorazioni e raffigurazioni di draghi, animali e fiori, e per lo stacco cromatico tra il blu e il bianco.

La lavorazione della ceramica si diffuse in tutta la Cina dalla provincia del Zhejiang. Nota la policromia della tecnica Duncai, e l’uso dei “CINQUE COLORI” della tecnica Wucai.

Nel periodo dinastia Qing(1664-1912) apparvero le prime porcellane per gli imperatori o proposte per le esportazioni. L’uso del blu veniva in questo caso lavorato sopra la vetratura, e non più sotto come le precedenti.

Nei periodi delle dinastine Yung Cheng e Chien Lung la qualità ebbe un netto miglioramento e aumentò l’espansione sul mercato. In particolare lo smalto, decisamente più brillante. L’uso di smalto Fencai fu introdotto durante il periodo di Kang Hsi, e questo permise l’uso di una gamma di colori più ampia.

Vasi Cinesi: Come riconoscere un Vaso Cinese Originale?

Quando ci si appassiona ai Vasi Cinesi e si vuole investire nell’antiquariato, è bene sapere come riconoscere un vaso cinese originale per non sbagliare e acquistare una riproduzione in luogo di un oggetto autentico. I vasi cinesi sono uno degli oggetti più commerciati in virtù di un successo che non è mai diminuito. Per riconoscere un vaso cinese originale ci voglio prima di tutto capacità di osservazione, esperienza e conoscenza.

Per riconoscere un vaso cinese originale ci voglio prima di tutto capacità di osservazione, esperienza e conoscenza. Qualche piccola informazione utile per sapere come riconoscere un vaso cinese originale, cosa dobbiamo osservare esattamente? Quali sono le principali tecniche decorative?

E’ importante rivolgersi ad esperti per Valutare un Vaso Cinese. Gli elementi da considerare sono molti e non affatto banali. L’esperienza e la capacità di osservazione è fondamentale.

Vasi Cinesi: Antico autentico o Falso

La superficie di un vaso cinese dice molto di un pezzo. Potrebbero essere affiorate delle macchie di ruggine: questo accade quando il ferro presente nella creta sulla superficie si ossida.

Generalmente è indice di autenticità, perché prima che si verifichi il processo ci vogliono molti anni, o meglio secoli.

Se un vaso cinese è molto antico lo smalto sarà opaco e consumato.

La maggior parte dei vasi cotti nell’antica Cina presenterà imperfezioni o piccole incrinature dovute al raffreddamento troppo rapido della ceramica. Le ceramiche fatte a mano potrebbero presentare asimmetrie, anche se sono più rare in quelle di pregevole fattura.

Chi falsifica i vasi spesso lo fa tramite delle fotografie ma solitamente non ha a disposizione anche un’immagine del fondo.

Sapere quale sia la finitura tipica di una determinata dinastia aiuta enormemente datazione e autenticazione. Ogni epoca ha una palette di colore e una serie di stili da cui difficilmente i vasi cinesi del tempo si discosteranno. E’ importante sapere che sotto ogni dinastia ha operato una serie di forni, dal nord al sud della Cina, e che ogni forno si è specializzato per stili, forme e colori.

I vasi bianchi con decorazioni blu sono i più amati e celebri. Nel periodo Jiajing il colore era vibrante, quasi violaceo, mentre in quello Wanli tende spesso ai toni del grigio. Non c’è maniera migliore per imparare a riconoscere un vaso originale che averne maneggiati, osservati, studiati diversi. Studiandoli, ci si potrà fare un’idea di come una ceramica si senta tra le mani, del peso e della qualità della pittura.

Articolo scritto in collaborazione con barbieriantiquariato.it