Come avviene il processo di refrigerazione nelle celle frigorifere?

Il processo di raffreddamento all’interno delle celle frigo si basa sul raffreddamento di un fluido attraverso l’evaporazione di un liquido refrigerante. Il funzionamento è garantito dal circuito frigorifero, che include l’organo di laminazione, il condensatore, l’evaporatore e il compressore. Le temperature che devono essere raggiunge variano in base al tipo di prodotto che deve essere conservato, in ambito alimentare ma non solo: si pensi, per esempio, ai fiori. Le celle frigo non sono gli unici dispositivi che vengono adoperati per la refrigerazione industriale e commerciale: tra gli altri ci sono i banchi frigo delle gelaterie, dei bar e delle pasticcerie, oltre a quelli per i supermercati. Non vanno dimenticati, poi, i frigoriferi che vengono adoperati all’interno delle cucine industriali e che includono anche le celle di fermalievitazione e le celle di stagionatura.

Che cos’è la refrigerazione

Attraverso i motori delle celle frigorifere è possibile fare in modo che la temperatura dei fluidi si riduca; questa è la refrigerazione, a cui si ricorre per la conservazione temporanea di merci che altrimenti rischierebbero di deteriorarsi, giungendo a temperature che possono toccare i 60 gradi sotto zero. Come è facile immaginare, l’applicazione della refrigerazione nel settore dell’industria alimentare risulta particolarmente delicata e importante: è grazie ad essa che è possibile allungare il tempo di conservazione degli alimenti, mantenere inalterate le loro proprietà organolettiche e soprattutto contrastare la proliferazione batterica.

Le temperature

La definizione della temperatura da impostare varia a seconda del tempo di conservazione e dalla tipologia di prodotto. Nella maggior parte dei casi, comunque, si va da 1 grado sotto zero a 8 gradi. Deve essere chiaro, ad ogni modo, che le migliori celle frigorifere industriali non si limitano a raffreddare gli alimenti, ma tengono sotto controllo anche tutti gli altri aspetti che potrebbero avere delle conseguenze sulla loro conservazione: per esempio

l’umidità relativa
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Cos’è il germogliatore e come si usa: consigli pratici

Semplice da utilizzare e dal volume generalmente poco ingombrante, il germogliatore è uno strumento estremamente utile in cucina, perché consente di far germogliare tantissime tipologie di semi che – una volta sviluppati – possono essere usati nella preparazione di tantissimi tipi di piatti, come zuppe fredde e calde, insalate, panini, risotti e tanto altro. L’importante è non cuocerli, perché in tal caso perderebbero moltissime delle loro proprietà.
Il germogliatore è caratterizzato – a seconda del modello che si sceglie – da uno o più ripiani forati in plastica, impilati uno sull’altro, destinati a ospitare i semi che germoglieranno. Ogni ripiano può essere utilizzato per una diversa tipologia di seme e questo consente di coltivare contemporaneamente germogli differenti, come soia, lenticchie, piselli, ma anche rucola, broccoli e barbabietole. I cestelli svolgono un ruolo molto importante per lo sviluppo corretto dei germogli: da un lato agevolano e garantiscono una corretta aerazione in tutto il contenitore, dall’altro permettono all’acqua in eccesso di defluire, evitando così ristagni di acqua ed eventuali muffe, che comprometterebbero la vita e lo sviluppo dei germogli.

Esistono varie tipologie di germogliatori. Come anticipato sopra, ci sono quelli monocestello – che consentono di coltivare una tipologia di seme per volta – e quelli con più cestelli sovrapposti. Ci sono quelli in plastica e quelli in terracotta, quelli manuali e quelli elettrici, che offrono ulteriori funzionalità.

Se iniziate a coltivare per la prima volta, può bastare anche un semplice germogliatore da 15-20 euro come quelli in vendita su questo sito: una soluzione ideale per chi comincia e coltiva germogli in modo amatoriale, per uso domestico saltuario. Qualora vogliate, invece, coltivare grandi quantità di semi a livello semi-professionale, è possibile acquistare un germogliatore elettrico, che garantisce – in modo automatico – il giusto livello di calore e umidità.

Come funziona il germogliatore?

Utilizzare il germogliatore è molto più semplice di quanto possa sembrare. Innanzi tutto, prima di ricorrere a questo attrezzo, occorre mettere i semi in ammollo per 12 ore circa (o secondo quanto riportato nella confezione del prodotto acquistato). Trascorso questo tempo, bisogna sgocciolarli e sistemarli all’interno dei cestelli del germogliatore. Da questo momento inizia il processo di germogliatura; per garantire il meglio ai semi occorre accertarsi che siano ben illuminati, ma senza esporli alla luce diretta del sole o a fonti di calore eccessivo, che tenderebbe a bruciarli ancora prima del loro sviluppo.
Per garantire la loro crescita sarà sufficiente nebulizzare dell’acqua con uno spruzzino una volta al giorno e – nei periodi più caldi come questo – due volte, una al mattino e una alla sera.

Nell’arco di qualche giorno (questo dipende sempre dal tipo di seme) inizieranno a trasformarsi in germogli: il seme si aprirà e lascerà uscire prima una piccola radice e poi le prime foglie della piantina. A questo punto è già possibile raccoglierli e consumarli nei piatti.

In linea generale, per i semi di soia occorrono mediamente tre giorni per avere dei germogli belli e pronti all’uso, per il trifoglio ne occorrono circa cinque e la tempistica varia da caso a caso, in base alla tipologia di pianta scelta.

Ma perché utilizzare i germogli in cucina?

I germogli sono sfiziosi, gustosi al palato e dal sapore estremamente delicato, ma soprattutto sono decisamente benefici per l’organismo. I germogli, infatti, racchiudono al loro interno il nucleo centrale della pianta contenente vitamine, sali minerali e tutte sostanze fondamentali per lo sviluppo del vegetale.

Consigli e accortezze utili per usare al meglio il germogliatore

L’uso di questo attrezzo – come anticipato sopra – è piuttosto semplice, tuttavia occorre seguire alcune attenzioni per evitare che i semi possano marcire. Qualora l’irrigazione con lo spruzzino risultasse eccessiva per le reali necessità dei semi, tenderà a formarsi uno strato d’acqua sul fondo dei vassoi. In tal caso, è raccomandato far defluire bene l’acqua dal contenitore inclinando leggermente i cestelli per agevolare la fuoriuscita del liquido. In alcuni casi è necessario provvedere a svuotare la base del germogliatore per accertarsi che tutta l’acqua in eccesso venga effettivamente eliminata.

Eliminare eventuali pericoli

In alcuni casi, si sono verificati degli episodi di salmonella ed e.coli, due batteri estremamente pericolosi, ritrovati in alcune confezioni di germogli venduti al supermercato. La causa della proliferazione di batteri di questo tipo è legata al caldo e all’umidità, ma anche alle condizioni igieniche: molto dipende, infatti, da come vengono coltivati, maneggiati, conservati e confezionati i germogli. Incredibilmente, è più facile trovare batteri nei sacchetti venduti dei supermercati che nelle coltivazioni casalinghe, che sono (o almeno dovrebbero essere) controllate frequentemente e da vicino.

Ma niente paura! Per impedire la proliferazione di nemici potenzialmente pericolosi, basta fare attenzione alle condizioni igieniche dell’ambiente in cui si sistema il gemogliatore. L’attrezzo deve essere pulito, prima di toccare i germogli occorre lavarsi bene le mani e bisogna garantire la giusta aerazione all’ambiente in cui si trova l’apparecchio.

NEUROFEEDBACK: FUNZIONA DAVVERO?

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In cosa consiste il neurofeedback? Il neurofeedback si fonda sulla capacità del cervello di regolare le proprie funzioni e di migliorare con l’apprendimento. Create negli Stati Uniti circa 30 anni fa, le tecniche che sfruttano i risultati delle indagini neurologiche (neuro – feedback, appunto) condotte principalmente tramite elettroencefalogramma, permettono la definizione di percorsi ad hoc per ogni individuo.

Esaminare le onde cerebrali è possibile attraverso uno schermo che visualizza la propria attività elettroencefalografica. Ciò che viene monitorato e la terapia creata di conseguenza da medici e psicologi, consente all’individuo di apprendere come gestire ogni aspetto della quotidianità in modo ottimale per autogestirsi rendendo le proprie onde cerebrali più stabili.

A COSA SERVE IL NEUROFEEDBACK?

Molte ricerche sul neurofeedback hanno portato alla luce la sua efficacia nell’aiutare le persone affette da varie patologie, soprattutto l’ADHD, l’ansia , l’epilessia, la depressione; gli esercizi basati sul neurofeedback risultano estremamente efficaci anche per combattere i disturbi relativi al sonno e le cefalee, con un grande effetto benefico anche nel trattamento dell’autismo.

Abbiamo visto precedentemente a cosa serve il neurofeedback e per quali patologie è principalmente utilizzato. Ora analizziamo il fatto che oggigiorno vengono dati farmaci a pazienti senza rendersi conto degli effetti collaterali e delle dipendenze che ne conseguono. Ed è proprio qui che entra in gioco il neurofeedback che risulta essere un’alternativa valida alle terapie “tradizionali”, essendo anche privo di effetti collaterali ed in grado di aiutare molte persone affette da varie patologie.

COME FUNZIONA?

La gestione dei neurofeedback funziona in maniera molto semplice: un individuo è seduto davanti uno schermo ed osserva i propri segnali fisiologici; le risposte (feedback) ottenute in questa maniera gli permettono di controllare il modo di reagire del proprio cervello a determinati stimoli.

Spesso le terapie basate su neurofeedback vengono paragonate alla meditazione, in quanto l’individuo osserva attraverso lo schermo l’attività del proprio cervello e il continuo oscillare dei grafici aiuta a rilassarsi.  La terapia con neurofeedback non è invasiva, non utilizza farmaci ed è priva di effetti collaterali. È noto che porti benefici psicologici, comportamentali, di apprendimento, con grandi miglioramenti nella vita di tutti i giorni.

Per ulteriori approfondimenti, esiste anche il sito dell’International Neurofeedback Organization, raggiungibile qui: https://www.isnr.org/

Big Five: quali sono i cinque animali africani per eccellenza

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In Africa alcuni dei più grossi animali caratteristici della Savana e del sudafrica sono chiamati Big Five, ovvero i cinque grandi. Questo è un termine molto conosciuto fra gli amanti degli animali, che spesso si trovano ad organizzare safari in Tanzania proprio per andare alla scoperta dei Big Five Africani, eppure questo è un termine sconosciuto ai più.

In questo articolo vogliamo sia approfondire le origini di questo termine, purtroppo per niente felici, e quali sono gli animali appartenteni a questo gruppo.

Origine del termine Big Five

Risulta difficile comprendere da quando si sia iniziato ad utilizzare questo termine, ma di sicuro raggiunge il suo apice fra gli anni 800 e 900, quando la caccia in Africa era un evento praticamente normale. Il termine deriva infatti da Big Five Game, ovvero una sorta di competizione che consisteva nel cacciare i cinque più grossi e pericolosi animali del sud africa, così da poter addobbare la propria dimora con i trofei di caccia.

Il termine si cominciò ad utilizzare proprio nei parchi Sudafricani, ma con il tempo le competizioni si diffusero in tutto il territorio africano e dei suoi parchi, dalla Tanzania allo Zimbawe. Solo recentemente si è cercato di fermare questo fenomeno, a partire dagli anni 80 circa, con la creazione dei Parchi Nazionali e di salvaguardia delle specie.

Il termine utilizzato per descrivere la competizione, o meglio la sfida, fra cacciatori e poi stato adottato per identificare i 5 animali più grandi dell’Africa. Con il tempo è poi nato il termine Big Seven, al quale si vanno ad aggiungere la balena e lo squalo bianco, difatto andando a completare la lista degli animali più difficili da cacciare/catturare.

Chi sono gli animali?

Elefante

Quando si è pensa all’africa uno dei primi animali che viene in mente è sicuramente l’elefante, il più grande mammifero vivente. L’elefante africano, che si differenzia da quello indiano principalmente per le maggiori dimensioni, è stato uno degli animali più cacciati e che ancora oggi molti cacciatori di frodo cercano di uccidere sia per mera soddisfazione personale che per rivendere il preziosissimo avorio di cui sono formate le zanne.

Leopardo

Il Panthera pardus, noto più comunemente come leopardo, è uno dei più begli animali del mondo, molto simile al giaguaro per via del manto fulvo costellato da rosette. Il leopardo è ampiamente diffuso in gran parte delle zone africane ed è presente in numerose specie diverse. Nonostante questo è stato recentemente classificato come animale la cui specie è vulnerabile, a causa della drastica diminuzione di esemplari.

Leone

Il leone africano, noto come Panthera Leo, è uno dei predatori mammiferi più grandi al mondo, nonché uno degli animali più caratteristici dell’africa, ragion per cui è noto come “Il Re della Savana”. Oggi purtroppo i leoni sono in serio pericolo e se ne contano davvero pochi, proprio a causa dei cacciatori di frodo e della riduzione continua del suo habitat naturale

Rinoceronte

Quarto big five è il rinoceronte, o meglio una specie nota come rinoceronte nero (Diceros Bicornis), il quale è principalmente diffuso nelle aree dell’africa occidentale e orientale. Le specie nera e bianca sono difficilmente riconoscibili fra loro, ma questo non ha fermato i cacciatori di frodo a portare questo splendido animale africano quasi a rischio estinzione. Il suo stato di conservazione è infatti critico ed è uno degli animali più a rischio.

Bufalo

E’ infine il turno del Bufalo nero, noto con numerosi altri appellativi, quali cafro, africano o del Capo, uno dei più grossi bovini, che può raggiungere lunghezze anche di 250 cm e pesare fra i 700 e i 1000kg. Il bufalo cafro è uno degli animali più pericolosi e aggressivi, contraddistinto da una grande forza e potenza, il quale riesce facilmente a difendersi anche dall’attacco dei leoni, grazie alle corna di cui è provvisto.

Esiste legame tra denti e tumori?

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Ti hanno sempre detto che la salute dentale è fondamentale, che curare l’igiene del cavo orale è importantissimo per evitare la proliferazione dei batteri. E’ un insegnamento che ti viene impartito fin dalla tenera età, quando i genitori di insegnano a lavare i denti con regolarità. Carie, infiammazioni e tartaro sono tra i disturbi più frequenti che possono scaturire da una igiene orale scorretta, soprattutto in età adulta. Tuttavia, alcuni studi scientifici condotti recentemente hanno dimostrato che quelle non sono le uniche patologie correlate a una cattiva igiene orale, perché pare che ci sia una correlazione diretta tra una scarsa attenzione alla salute dentale e la comparsa di alcune tipologie di tumori, anche aggressivi.

Senza che ti allarmi, devi però sapere che questi studi hanno dimostrato che ci potrebbe essere una realistica maggiore incidenza di comparsa di tumori nelle persone che hanno dichiarato (e dimostrato) di non prestare le particolari cure a tutto quello che concerne la pulizia del cavo orale. Pare, infatti, che i germi e i batteri responsabili delle parodontiti e delle gengiviti, se non curati per tempo e trascurati, siano in grado di sposarsi altrove, nidificando su altri organi e modificando il ciclo cellulare, favorendo quindi la crescita di cellule maligne responsabili dei tumori. Lo studio è piuttosto autorevole, perché è stato effettuato da una equipe medica inglese della State University di New York e pubblicato su una delle più importanti riviste scientifiche, la Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention. Stando a quando riportato nello studio, il campione di riferimento dei medici che hanno condotto lo studio è stato piuttosto grande. Sono state incluse nello studio, che è durato la bellezza di 15anni, ben 65mila persone. Se ti stai chiedendo quali sono stati i risultati raccolti, devi sapere che su questo ampio campione analizzato, che per questa indagine è stato esclusivamente femminile, è stata riscontrata una netta predominanza di tumori alla bocca, all’esofago e al seno nelle donne che manifestano una malattia peridontale cronica. Va specificato che lo studio ha preso in considerazione sia fumatori abituali che non fumatori ma questa caratteristica, che sotto tanti aspetti è considerata una delle principali cause di comparsa del cancro, in questo caso non ha inciso in maniera determinante nel risultato finale dello studio.

L’intera indagine è stata condotta mediante la compilazione di questionari che la Women’s Health Initiative Observational Study, in accordo con la State University di New York, ha raccolto tra il 1999 e il 2003. Per questo studio, l’interesse dei ricercatori è caduto sui soggetti di sesso femminile in età avanzata, tra i 54 e gli 86 anni. Quelle stesse donne che hanno dato la loro adesione a partecipare allo studio, e hanno quindi compilato il questionario, sono state tenute sotto stretto controllo per altri 10 anni, fino al 2013. Pensa che durante tutto questo periodo, nei soggetti analizzati, si sono verificati ben 7mila casi di tumori. Contestualizzando questo dato e andando più a fondo, escludendo qualsiasi altro fattore incidente, è stato dimostrato che il 14% delle persone che hanno contratto il cancro nel periodo di tempo analizzato soffrono di patologie periodontali croniche. Scendendo ancora più a fondo nelle specifiche dello studio e andando ad analizzare quali tumori si sono presentati con una maggiore frequenza, noterai che i dati delle neoplasie all’esofago sono quasi triplicati rispetto agli altri, anche se non sono da sottovalutare i tumori alla bocca, al seno, ai polmoni e alla cistifellea. Ci sono, poi, delle importanti correlazioni che sono state notate dagli studiosi, i quali hanno stabilito che nei fumatori abituali esposti alle malattie orali croniche, sorprendentemente, oltre ai polmoni, c’è una maggiore frequenza di tumori al seno e alla cistifellea mentre l’incidenza non è statisticamente importante per quanto riguarda bocca ed esofago.

Per nutrire la tua (e quella di tutti) curiosità in merito, gli scienziati che hanno condotto l’indagine hanno spiegato i motivo e le cause che secondo loro sarebbero in stretta correlazione per la comparsa dei tumori nei soggetti con patologie peridontali croniche. La tua bocca è un coacervo di batteri portati dai cibi e da tutto quello che si infiltra al suo interno anche solo nell’atto di parlare: se non effettui un’accurata pulizia profonda di tutte le sue parti, quindi non solo i denti ma anche lingua e gengive, i batteri che si accumulano possono spostarsi e andare a nidificare in altri organi. Anche per gli studiosi non sono ancora perfettamente chiari e lineari i meccanismi di sviluppo e di collegamento, ma questa migrazione (che viene favorita da saliva e sangue) è deleteria per il tuo organismo. Facendo l’esempio del tumore all’esofago, che sarebbe quello più frequente secondo questo studio, l’insorgenza del tumore potrebbe essere favorita dalle colonizzazioni batteriche che, intaccandone la mucosa, agevolano una serie di meccanismi che portano il corpo ad abbassare le sue difese immunitarie e a produrre cellule malate, che prolificano e danno vita alle masse tumorali.

È importante fare visite di controllo periodiche dal tuo medico dentista di fiducia. Non ne hai uno? Se abiti al nord Italia, possiamo consigliarti Clinica Villa.

Viaggi naturalistici per vedere gli orangotango, i gorilla e gli scimpanzé

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L’essere umano è un primate evoluto strettamente imparentato con alcune delle specie simbolo del nostro pianeta.

Dal punto di vista evolutivo, le specie più simili a noi sono i bonobo e gli scimpanzè, mentre leggermente più distanti troviamo i gorilla e gli orango.

Detti anche grandi scimmie, questo gruppo di animali condivide con noi la quasi totalità del patrimonio genetico.

Tuttavia, nonostante la stretta parentela, noi che ci definiamo la specie più evoluta, non facciamo nulla per tutelare i nostri cugini della foresta.

Anzi, facciamo l’esatto contrario attraverso la sistematica distruzione di aree naturali che rappresentano il loro habitat naturale di sopravvivenza.

Le cause sono sempre le stesse, la crescente crescita demografica e lo sviluppo insostenibile comportano la conversione delle foreste in aree dove le attività umane regnano.

Coltivazioni, industrie, allevamenti e miniere prendono velocemente il posto delle foreste vergini, casa dei nostri cugini primati.

Tranne l=&0=& che vive in Indonesia, tutte le specie simili a noi vivono nel cuore centrale africano ricoperto un tempo da rigogliose foreste vergini.

Purtroppo queste aree naturali sono situate all’interno di paesi dove la guerra è più comune della pace.

Queste nazioni sono infatti vittima di conflitti senza fine finanziati in maniera occulta dalle multinazionali senza scrupoli che dall’instabilità politica ricavano vantaggi come lo sfruttamento a basso costo delle risorse.

Un paese sicuro e stabile non svende le sue risorse naturali, un paese martoriato dalla guerra invece sarà una preda facile della corruzione e quindi della depredazione delle ricchezze.

Esemplare il caso della Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse naturali, ma schiacciato da decenni di guerre che hanno portato la popolazione locale a livelli estremi di povertà.

In questo scenario, è molto facile fare shopping di risorse per l’occidente.

Ovviamente, a fare le spese non sono solo i popoli, ma anche la fauna selvatica che viene decimata senza nessuna pietà.

Non a caso, tutte le popolazioni di primati sono ormai classificate come specie in pericolo di estinzione.

Basti pensare ad esempio ai gorilla di montagna presenti in 3 paesi con soli 300 esemplari.

Quando le guerre lasciano spazio alla pace, anche le specie selvatiche ne beneficiano. Ad esempio in Ruanda, dopo il genocidio degli anni novanta, il turismo ambientale è una delle entrate economiche principali del paese.

Diverso il discorso dell’Indonesia dove il problema non sono le guerre, ma il capitalismo che non guarda in faccia alla natura, ma solo al profitto.

Ed è cosi che milioni di ettari di foreste nel Borneo e Sumatra hanno lasciato spazio alle coltivazioni di palma da olio portando gli orango sull’orlo dell’estinzione.

Noi comuni cittadini possiamo in realtà fare molto per aiutare i cugini della foresta come ad esempio scegliere prodotti con marchi di sostenibilità e partecipare a viaggi naturalistici per finanziare la conservazione ambientale.

Alessandro di Keep the Planet

Auto Ibride: le ultime novità fra Mild e Full Hybrid

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Il 2019 è certamente un anno felice per le vetture ibride, che già nel 2018 hanno fatto registrare una crescita del 29,6% delle immatricolazioni sul mercato italiano. Molte case ormai hanno in catalogo almeno un allestimento ibrido, in versione Mild Hybrid o Full Hybrid, mentre pochissime stanno rischiando la pericolosa strada del Full Electric.

Se è vero che dimensioni e peso iniziali della versione benzina della vettura influenzano l’implementazione di diverse soluzioni elettriche, è altrettanto vero che alcuni risvolti tecnici a loro volta influenza le caratteristiche di guidabilità della vettura. Andiamo quindi ad analizzare le diverse soluzioni tecniche e facciamo qualche esempio di vetture che le implementano.

Full Hybrid

Il sistema full hybrid è stato storicamente il primo a essere impiegato sulle autovetture. Si basa essenzialmente su capienti batterie che stoccano grandi quantità di energia, per fornirla a uno o più motori elettrici che spingono l’auto alla partenza da fermo e fino a una velocità modesta (dai 15km/h ai 45km/h), a seconda della vettura e della generazione del sistema.

“I vantaggi di un sistema di questo tipo sono la possibilità di viaggiare a basse velocità e soprattutto nel traffico senza dover usare il motore termico. Lo svantaggio principale è dato dal fatto che le batterie sono particolarmente ingombranti e pesanti in questa soluzione, ed i motori elettrici aggiungono ulteriore peso e spazio, per cui questo tipo di ibrido risulta poco vantaggioso se applicato ad utilitarie, mentre è più indicato per vetture di dimensioni medio-grandi” ci spiegano Matteo e Mauro Grignani, concessionari auto a Pavia, e freschi di recenti corsi di formazione in Suzuki proprio sull’implementazione alternativa al Full Hybrid.

Un esempio di vettura che implementa questa soluzione è la Honda CR-V. Una vettura ampia e capiente che può certamemte offrire spazio adeguato a bordo a questa soluzione elettrica, senza intaccare l’abitabilità e fornendo risultati inarrivabili in termini di consumi per una soluzione non ibrida.

Mild Hybrid

Il Mild Hybrid utilizza un approccio differente, adottando una soluzione molto leggera e poco invasiva dal punto di vista pratico. Per spiegarla dobbiamo ricorrere al funzionamento del motore a scoppio a benzina.
In una comune vettura l’alternatore tradizionale accumula una piccola quantità di energia durante la marcia, carica la batteria, e spinge il motore all’accensione. Nella versione Mild hybrid invece l’alternatore acquisisce nuovi compiti, diventa in sostanza un motore elettrico alimentato da una speciale batteria al litio, piccola e capiente. In particolare l’alternatore del mild hybrid aiuta il motore termico durante tutto il ciclo di funzionamento, ed in particolare quando è richiesta maggior coppia; tipicamente nelle condizioni di avvio da fermo e nelle accelerazioni. La batteria al litio si ricarica durante le frenate e i rallentamenti.

In sostanza nelle implementazioni Mild Hybrid non c’è un vero e proprio motore elettrico che garantisce la trazione della vettura a basse velocità; la funzione dell’alternatore è di venire utilizzato come un motore elettrico che si accoppia al motore termico in molti regimi di funzionamento, riducendo le sollecitazioni di quest’ultimo e portando di conseguenza ad una riduzione dei consumi sia ambito urbano che extraurbano. Tutto ciò in maniera molto trasparente per il guidatore, senza che sia necessario modificare il proprio stile di guida.

“Proprio per la leggerezza dei componenti di questo sistema, il Mild Hybrid sta diventando velocemente popolare e impiegato in utilitarie e vetture medio piccole. Queste infatti giovano della spinta elettrica abbattendo ulteriormente consumi già di partenza bassi, senza per questo subire un appesantimento della componentistica che influirebbe negativamente sui consumi, ma anche sui costi”. Spiegano ancora i Grignani.

Tra le vetture che impiegano questa soluzione annoveriamo la Nuova Mazda 3 Skyactiv, e le Suzuki Ignis, Baleno e Swift. Suzuki infatti risulta una delle case che stanno puntando di più su questa soluzione.

Se ti interessa approfondire la nuova frontiera della ricerca sulle batterie, leggi questo articolo sulla batteria al grafene.

Dolori articolari con o senza protesi: il brutto tempo li peggiora?

dolori articolari

Il maltempo peggiora i dolori articolari causati da mal di schiena, artrosi, artrite o altre patologie?

Molti pazienti, secondo la loro esperienza, giurerebbero di sì e la relazione tra dolori articolari e condizioni atmosferiche è storia antica considerando che già Ippocrate aveva scoperto tale rapporto.

La questione resta aperta insieme ai dubbi in merito, seppure non siano poche le persone affette da artrosi, artrite o, per esempio, alluce valgo ad affermare che il legame dolori/tempo atmosferico sia talmente forte da essere in grado di  prevedere il cambiamento delle condizioni meteorologiche con il ‘risveglio’ del dolore.

Sarà vero? Sarà falso?

Nuovi studi sul legame dolori articolari/variazioni ambientali

Due nuove ricerche provenienti dall’Australia sembrano dimostrare che il legame tra dolore articolare e variazione ambientale sia poco credibile, affermando che le articolazioni non sono effettivamente condizionate dalle variazioni meteorologiche.

Il primo studio, pubblicato a dicembre scorso sulla rivista Pain Medicine, dopo aver preso in esame ben 981 casi di dolore lombare acuto ed averli messi in relazione con la cronologia dei dati meteorologici e degli episodi del loro mal di schiena, hanno dovuto concludere che

l’associazione tra i due
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